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Gay & Bisex

Obbedienza e sottomissione : Capitolo 2


di Membro VIP di Annunci69.it 1957Mann
11.05.2026    |    1.263    |    4 8.3
"" Ernesto si distese sul pavimento, il corpo robusto a contatto con le mattonelle fredde..."
Capitolo secondo …
Il pranzo del Padrone
Il silenzio nella sala da pranzo era rotto solo dal lieve tintinnio delle posate di Paolo contro il piatto di ceramica. La luce del pomeriggio filtrava dalle tende, illuminando i dettagli di una scena di assoluta e calma devozione.
Paolo sedeva a capotavola, il busto atletico eretto e lo sguardo sereno ma dominante. Sotto il tavolo, nello spazio d'ombra che era diventato il suo rifugio, Ernesto aspettava. Era nudo, con il peso del collare di cuoio che gli ricordava a ogni respiro il suo posto nel mondo di Paolo.
La Grazia del Padrone
Paolo tagliò un piccolo pezzo di carne con gesti lenti e precisi. Senza abbassare lo sguardo, tese la mano verso il basso.
"Prendi, Ernesto," disse con voce profonda.
Ernesto si sporse in avanti, restando sulle ginocchia, e accolse il boccone direttamente dalle dita di Paolo. Il gesto era intriso di un'intimità quasi sacrale; il direttore d'azienda, l'uomo che fuori comandava imperi, qui accettava il sostentamento come un dono misericordioso.
"Grazie, Padrone," sussurrò Ernesto, la voce carica di un'emozione autentica. "Grazie per aver cura di me."
Un Atto di Umiltà
Per Ernesto, le parole non erano sufficienti a esprimere la gratitudine per quella sottomissione che gli donava tanta pace. Si chinò ulteriormente, fino a raggiungere i piedi nudi di Paolo. Con estrema delicatezza, iniziò a leccarne il dorso e le dita, un atto di umiltà totale che cancellava ogni residuo di orgoglio mondano.
Paolo sentì il contatto caldo e umido della lingua di Ernesto. Un accenno di sorriso gli increspò le labbra sotto i folti baffi. Abbandonò la forchetta e allungò una mano robusta sotto il tavolo, cercando la nuca del suo servitore.
Le sue dita si intrecciarono tra i capelli bianchi di Ernesto, accarezzandolo con una fermezza che era al contempo un premio e un promemoria del possesso.
"Bravo, Ernesto," mormorò Paolo, continuando a mangiare con l'altra mano. "Resta lì. È quello il tuo posto, ai miei piedi. Ed è lì che ti voglio."
In quel momento, protetto dall'ombra del tavolo e rassicurato dalla carezza pesante di Paolo, Ernesto si sentì finalmente completo, libero dal peso del comando e felice di esistere solo in funzione del volere del suo Padrone.
Paolo poggiò la tazzina vuota sul tavolo, il rumore della porcellana risuonò come un rintocco nel silenzio della stanza. Ernesto, ancora in ginocchio, aspettava un cenno.
"Caffè, Ernesto. Portamelo subito," ordinò Paolo, la voce che non ammetteva ritardi.
Ernesto si alzò rapidamente, muovendosi con quella sottomissione ormai impressa nei muscoli, e si affrettò in cucina. Pochi minuti dopo tornò, reggendo il vassoio con mani leggermente tremanti, e servì il Padrone con un inchino profondo. Paolo portò la tazzina alle labbra, ne sorseggiò appena un po', e subito la sua espressione si indurì. I suoi occhi grigio-verdi diventarono freddi come l'acciaio.
La Punizione per l'Incompetenza
"Che cos'è questa porcheria?" esplose Paolo, la voce che riempì la stanza come un tuono. "È imbevibile! Sei un incapace, Ernesto. Un imbecille che non sa nemmeno preparare un caffè decente!"
Ernesto sussultò, lo sguardo fisso a terra. "Mi dispiace, Padrone... io..."
"Zitto! Non voglio scuse da un servo inutile," lo interruppe Paolo, alzandosi in tutta la sua imponenza atletica. Afferrò la tazzina e la porse con forza verso il viso di Ernesto. "Bevi. Bevi ogni singola goccia di questo schifo che hai avuto il coraggio di servirmi."
Ernesto, con le lacrime agli occhi per la vergogna e il timore, bevve il liquido amaro e mal riuscito sotto lo sguardo spietato del suo Padrone. Non appena ebbe finito, Paolo fece scattare la mano.
***STAF! STAF!***
Due schiaffi secchi e precisi colpirono le guance di Ernesto, lasciando un segno rosso acceso sulla pelle chiara e sulla barba bianca. Il suono dei colpi echeggiò, sancendo il fallimento del servitore.
Il Comandamento del Ritorno
Paolo lo afferrò per il collare, costringendolo a guardare la sua espressione furente. "Ora torna in cucina e rifallo. E prega che questa volta sia degno di me, o la cinghia tornerà a farti visita. Sparisci!"
Ernesto, tremante ma profondamente grato per quella disciplina che lo riportava al suo stato di totale dipendenza, mormorò un debole: "Sì, Padrone... grazie, Padrone."
Si voltò e tornò in cucina, determinato a non sbagliare più, sentendo ancora il bruciore degli schiaffi come un monito costante della sua natura servile e della superiorità assoluta dell'uomo che lo dominava.
Paolo sorseggiò il nuovo caffè lentamente, lasciando che il silenzio pesasse sulle spalle di Ernesto come un macigno. Il sapore era decisamente migliore, ma l'espressione sul volto del Padrone rimase dura, indecifrabile.
"È tollerabile, Ernesto. Ma 'tollerabile' non è ciò che esigo da chi vive per servirmi," sentenziò Paolo, posando la tazzina con un gesto secco.
Ernesto, con il volto ancora arrossato dagli schiaffi precedenti, abbassò gli occhi azzurri, sentendo l'umiliazione bruciare più del caffè amaro. Paolo si alzò, sfilando con un gesto fluido la **cinghia di cuoio** dai passanti dei pantaloni. Il suono del metallo della fibbia fu il segnale della fine della clemenza.
L'Atto di Espiazione
"A terra, Ernesto. Striscia," ordinò Paolo con una calma glaciale. "Voglio sentirti implorare il mio perdono per la tua mediocrità."
Ernesto si distese sul pavimento, il corpo robusto a contatto con le mattonelle fredde. Iniziò a muoversi lentamente, trascinandosi sui gomiti verso i piedi nudi del suo Padrone, mentre la voce gli tremava per l'emozione e la vergogna.
"Perdonatemi, Padrone... sono un inetto... vi chiedo scusa per la mia mancanza..."
Paolo lo sovrastava, una figura d'acciaio che non mostrava pietà. "Più forte, Ernesto! Voglio che ogni fibra del tuo essere riconosca quanto sei piccolo davanti a me."
Il Sigillo del Cuoio
Mentre Ernesto continuava a strisciare e a scusarsi, Paolo sollevò il braccio. Il sibilo della cinghia nell'aria fu seguito da un colpo secco e brutale che si abbatté sul **dorso muscoloso** di Ernesto.
***WAP!***
Ernesto inarcò la schiena, un gemito di dolore e piacere gli sfuggì dalle labbra. Paolo non si fermò. Colpì ancora, con precisione, disegnando sulla pelle chiara del suo servitore dei solchi scarlatti che testimoniavano la sua proprietà.
"Questo è per la tua sbadataggine," diceva Paolo tra un colpo e l'altro. "E questo è per ricordarti che il tuo unico scopo è la mia soddisfazione."
Ernesto, con la fronte appoggiata sul pavimento vicino ai piedi di Paolo, accettava ogni colpo come un dono necessario. I segni sul suo dorso erano le medaglie della sua servitù. Tra i sospiri, continuava il suo mantra: "Grazie... Padrone... punitemi... sono vostro..."
Paolo, finalmente soddisfatto, rinfoderò la cinghia e gli posò un piede sulla schiena, premendo leggermente per sentirlo cedere del tutto. "Ora sei pronto per imparare davvero, Ernesto. Non dimenticarlo mai."
Il calore del pasto e l'esercizio della disciplina avevano lasciato Paolo in uno stato di assoluta dominanza. Con un gesto imperioso della mano, indicò la direzione del corridoio.
"Ernesto, in bagno. Accucciati davanti al water e aspettami. Non muoverti finché non arrivo," ordinò, la voce che vibrava di un'autorità calma e inesorabile.
Ernesto, con i segni della cinghia che ancora bruciavano sul dorso come un marchio d'infamia e gloria, obbedì all'istante. Si posizionò come richiesto, con la barba bianca che sfiorava la porcellana fredda, il cuore che accelerava per l'anticipazione di una nuova, estrema umiliazione.
Il Rituale della Sottomissione
Quando Paolo entrò, la sua figura atletica sembrava riempire l'intera stanza. Si posizionò proprio davanti al volto di Ernesto, torreggiando su di lui.
"Slacciami i pantaloni. Lentamente," comandò Paolo, guardandolo dall'alto con i suoi occhi grigio-verdi carichi di sfida.
Le dita di Ernesto, solitamente ferme nel firmare contratti importanti, ora armeggiavano con devozione sulla fibbia del Padrone. Una volta aperto il varco, Paolo gli impose il passo successivo: "Respira, Ernesto. Senti l'odore del tuo uomo, l'odore di chi decide della tua vita."
Ernesto chiuse gli occhi, inalando profondamente, sottomettendosi a quell'intimità viscerale. Poi, seguendo l'ordine silenzioso impresso nello sguardo di Paolo, avvicinò la lingua, sfiorando con estrema venerazione il sesso del suo superiore, rendendo omaggio alla sua virilità in un gesto di pura sottomissione animale.
La Pioggia Dorata
"Ora apri la bocca e guarda in alto," disse Paolo, la voce che si faceva più roca. "Ricevi il mio scarto come se fosse l'oro più prezioso. Voglio vedere il tuo viso bagnato dalla mia volontà."
Ernesto sollevò il mento, lo sguardo azzurro fisso in quello del suo Padrone, pronto a ricevere l'estremo segno di possesso. Quando la pioggia dorata iniziò a cadere, calda e inarrestabile, bagnandogli il viso e le labbra, Ernesto non si ritrasse. Accettò tutto, sentendo che quel fluido era il sigillo definitivo: non era più un uomo, non era più un direttore; era solo una creatura di Paolo, purificata nella sua totale e definitiva degradazione.
Paolo, guardandolo in quello stato, provò un senso di soddisfazione suprema. Aveva preso un uomo d'acciaio e lo aveva trasformato in argilla nelle sue mani.
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